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E al diavolo, davvero, al diavolo gli anni impiegati a studiare l’Impero Romano d’Oriente, le diottrie gettate al vento seguendo polemiche ingiallite tra studiosi morti, al diavolo gli involontari tuffi di gioia al solo leggere il nome di Basilio il Bulgaroctono, al solo ripercorrere i suoi crudeli trionfi. Meglio, molto meglio il posto allo zoo, i bambini con il gelato colante e la faccia sporca davanti alla gabbia delle tigri, le scimmie tristi che gli domandano con gli occhi colmi di distante dolore quand’è il termine della loro pena, le merde disumane e le scope di saggina. Meglio.
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Questa donna deve avere pensieri meravigliosi, perché coi pensieri e con gli sguardi di lei fuoriesce l’oro dalla sua testa, e io amo quell’oro e non lo temo, e con lei sono più alto e più felice, e se porto la tuta e sono sporco va tutto bene (benissimo, benissimo); e con in mano la mia scopa di saggina potrei gettarmi e sparire in una torma di giannizzeri e avrei paura solo del tempo perduto lontano da lei.
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Se arriva lei e si mette ad osservarlo, anche da un vialetto e molte gabbie di distanza, Giovanni Nobile si sente come richiamato alla superficie da una forza superiore; è di nuovo umano e vicino. Giovanni Nobile si sente come Eraclio che non sapeva più attraversare il mare dopo venti anni a combattere nel deserto, e dovettero gettargli un ponte di barche e ricoprirlo di sabbia e fronde per farlo tornare a morire a Bisanzio.
Lei, è orrendo spiegare le metafore ma talvolta bisogna, lei è il suo ponte di barche e su di lei Giovanni Nobile attraverserebbe tutti i mari.
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Lei un giorno smette di recarsi allo zoo.
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Il dottor Nobile carezza il piccolo cerbiatto che gli mangia dalla mano. Hanno lasciato che lo chiamasse Niceforo, perché i cerbiatti non interessano a nessuno e sono belli solo finché sono piccoli.
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Breve romanzo triste d’amore e di Bisanzio
da Un omaggio? di tamas← Previous Post Next Post →

